Crescere povera e spendacciona
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Samantha Irby, autrice di “We Are Never Meeting in Real Life” e blogger, parla del suo rapporto col denaro.

L’unica volta che ho visto mia madre in una vera banca è stato il giorno in cui i miei genitori si sono seduti al tavolo della cucina e hanno deciso, con gran sollievo di ogni famiglia a portata d’orecchio della nostra casa di periferia, di divorziare. Si sono stretti la mano in modo amichevole e mia madre si è scusata, poi ci ha portati entrambi dritti in banca per prelevare tutti i dollari dal conto congiunto dei miei genitori.

Subito dopo il mio quarto compleanno, ci siamo trasferiti da un appartamento angusto all’altro. Gli affari importanti dei primi anni della mia vita venivano negoziati nei cambiavalute (in cui si possono pagare le bollette per qualsiasi servizio in procinto di venire interrotto), negli uffici della previdenza sociale e nei banchi alimentari ricavati da scantinati di chiese e scambiati poi in voucher WIC, ordini di pagamento e spiccioli per la lavanderia a gettoni. Non avevo idea di cosa fosse una carta di credito. Credevo che le persone ricche si tuffassero a capofitto in mucchi di monete d’oro, come Paperon de’ Paperoni.

Sono cresciuta senza soldi, ma vicino al genere di ricchezza che faceva godere ai miei compagni di classe di auto con finestrini automatici e di diverse paia di jeans di qualità. Non mi era mai venuto in mente che nel momento in cui entravo in possesso di una minima quantità di denaro, avrei dovuto razionarla con attenzione.

So che avrei dovuto investire in quel genere di bootstrapping di cui parla sempre la gente che fa i discorsi alle cerimonie di laurea, ma cosa sarebbe significato? Pagare l’affitto, mettere da parte un po’ di soldi per la bolletta del telefono, raccogliere qualche spicciolo per quella della luce e dividere il restante tra la lavatrice a gettoni e un portafoglio di azioni? Sembrava tutto così ingestibile. E gli anni passati a venire privata o a sentirmi stressata per il denaro non mi facevano desiderare di risparmiare; mi facevano desiderare di spendere, di godermi immediatamente i frutti dei 7,25 dollari all’ora che guadagnavo ascoltando le persone che mi parlavano in un lavoro di assistenza al cliente.

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I miei primi lavori quando andavo al liceo sono consistiti nel fare la babysitter. Sarò sincera, ecco in cosa spendevo quei soldi: molti numeri della rivista Sassy, “Fumbling Towards Ecstasy” di Sarah McLachlan, “Post” di Bjork su cassetta, ogni lucidalabbra rosso scuro e marrone su cui riuscivo a mettere le mani e le Doc Martens con la punta di ferro. Non mi è mai passato per la testa che avrei dovuto risparmiare per i giorni di magra.

Quando ho ottenuto il mio primo vero stipendio, ho aperto un conto corrente presso la banca lungo la strada del mio posto di lavoro e non ho mai preso in considerazione di aprire un libretto di risparmio o di imparare ad investire. Quel genere di cose erano per adulti, adulti che non avevano anni di privazioni a cui rimediare.

Ho tentato di riempire quel vuoto con “le cose che non ho potuto avere quando ero piccola” e mi sono detta che un giorno, quando sarei riuscita a comprare abbastanza riviste e snack di marca, quella sensazione si sarebbe placata. Ma non è stato così. E dato che conosco il valore di un dollaro, quando ne ottengo uno desidero comprarci la cosa più carina possibile

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Sono ancora così: compro ancora libri rilegati senza sconto, continuo a fantasticare sul modo in cui spenderò il mio fondo pensione quando lo preleverò anticipatamente. Chi voglio prendere in giro, non sto cercando di arrivare a 65 anni, siete forse folli? Non ho alcun debito perché non ho mai posseduto nulla e ho lasciato l’università non appena i miei fondi sono diventati ingestibili. Pago tutto in contanti perché non capisco i TAEG. Il mio fascicolo di credito era così sottile, dopo tutti gli anni vissuti praticamente nell’ombra, che quando finalmente mi sono presentata per richiedere una Discover card, Experian pensava che potessi essere morta.

Il mio enorme pozzo del desiderio interiore sarà mai colmato? Esiste una quantità di denaro tale da saziare completamente questa bestia vorace? Netflix, Spotify e HBO smetteranno di fornirmi accesso illimitato ad ore e ore di intrattenimento per distrarmi dalla noia che mi attende nella vita reale? Quanti lucidalabbra si possono definire troppi?

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L’altra sera mi sono recata in un’elegante sala da cocktail e, mentre parlavo con una donna che conoscevo, mi sono sentita a disagio per le mie scarpe. Lei è, per quello che so, abbastanza simile a me in termini di povertà. Si è esibita in un elaborato spettacolo consistente nel poggiare la sua enorme borsa firmata sul bancone, in modo che potesse cercare al suo interno i soldi per la lavanderia che stava utilizzando per pagare il suo Sazerac. “È davvero una bella borsa” le ho detto, sorseggiando la mia bolletta della luce. “Hai ottenuto un risarcimento di qualche genere?”. Lei ha riso di gusto e si è scolata in un lungo sorso il deducibile dalla riforma sanitaria di Obama. “Nah, l’ho comprata con i soldi che avrei dovuto usare per pagare le rate della mia auto”. Ho fatto tintinnare il ghiaccio nelle commissioni scoperte del mio conto corrente e ho annuito solennemente in accordo.

Molti di noi vivono così, giusto? Come fa qualcuno a far ciò che desidera con i propri soldi quando deve fare ciò che è necessario? È facile prendere in giro le persone che spendono una fortuna in toast con avocado, ma che dire se quello che sto spendendo non sono i soldi di mia madre? E se non ci fosse alcun percorso chiaro dagli 0 dollari nel vostro conto bancario alla caparra per una casa in cui sarebbe comodo abitare? Sono certa che da qualche parte esista un consulente finanziario che riesca ad usare la trigonometria per spiegare in che modo ritagliarsi un garage con tre posti auto dai 20.000 dollari guadagnati annualmente, ma dato che non posso permettermi questi servizi, me ne starò nella linea dell’aperitivo con il bottomless mimosa.

Quello di cui avrei bisogno, ovviamente, è essere ricca. Ho bisogno di inventare un’app o venire investita da un autobus. Dovrei iniziare a giocare alla lotteria. Tuttavia, se dovessi vincere, avrei decisamente bisogno di un amministratore fiduciario o del padre di Britney Spears che mi dispensi una paghetta settimanale, perché su di me non si può fare affidamento. Comprerei sei paia di occhiali e scaricherei legalmente un mucchio di film che nemmeno mi piacciono ancor prima di ottenere l’assegno. Comprerei quella bambola di Iridella che non ho mai ricevuto per il natale del 1986 e la porterei in giro nella mia macchina piena di benzina con i finestrini elettrici abbassati e l’aria condizionata al massimo, mangiando manciate di cereali di marca e sorseggiando un vero Capri Sun.

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